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Il mobile danese in Italia. Quando. Perché.

Il mobile danese non nasce con l'arrivo di Ikea in Italia nel 1989.
Il mobile danese non nasce con le collezioni nordic di Maisons du Monde e Coin cinque anni fa.
Il mobile danese nasce in Danimarca fra il 1927 ed il 1930 ed arriva in Italia fra il 1946 ed il 1951.

Forse è per questo che siamo abituati a parlare di mobili vintage anni 50.
Ovviamente in quegli anni non erano vintage, anzi, il mobile danese arriva in Italia proprio quando entra nel nostro lessico il termine "mobile moderno" e lo si comincia a vedere tangibilmente non solo nelle case ma anche negli uffici e nei negozi.

Per fare un pò di storia economica, messosi alle spalle la Guerra, il 1950 italiano ristabilisce i precedenti livelli di produzione e punta con la Democrazia Cristiana ad un'espansione economica con una fisionomia apertamente capitalista tarata su un veloce consumo dei beni.

La domanda è però maggiore dell'offerta.
Sono disponibili sul mercato pochissimi mobili prodotti in serie.
Da una parte quindi gli architetti per arredare continuano a disegnarli su richiesta dei loro committenti, dall'altra i mobilifici rispondono riconvertendo la loro produzione da artigianale in industriale, concentrandosi su pochi pezzi replicati in gran numero di copie.

Sono gli anni in cui la Rinascente istituisce il premio “Compasso d’oro” con il quale vengono selezionati e premiati i prodotti che meglio rispondono ai requisiti di purezza ed essenzialità della forma e della funzione.

Sono anche gli anni in cui nascono nuove riviste: “Stile Industria”, “Rivista dell’Arredamento” ed “Il mobile italiano”.

Sono soprattutto gli anni in cui si combatte l’antica piaga del mobile in stile ed il nuovo prende il sopravvento sul falso antico e si mescola invece con il vero antico.

Si afferma la cultura del design, del mobile singolo d’autore.
Il buon disegno diventa strumento di benessere nazionale.

Per l'arrivo del mobile danese in Italia è determinante la rivista “Domus” (fondata da Gio Ponti e dal padre nel 1928) che con il numero 205 di gennaio 1946 inizia a propagandare il mobile scandinavo esaltandone le virtù: la bellezza nella semplicità, l’onestà ovvero il mostrare il legno al naturale evidenziandone gli incastri, il basso costo, la praticità.
Nel 1950 non c’è un numero della rivista che non citi almeno un nome: Finn Juhl, Hans Wegner, Tapiovaara, la Nordiska Kompaniet.

La moda del mobile scandinavo stimola gli architetti alla competizione: per un verso lo imitano, per un altro inventano forme ugualmente semplici ma radicate nella tradizione italiana.

La Triennale del 1951 è decisiva.
E’ una Triennale ricca, varia, internazionale.
Trionfa la creatività.
Si fa strada l’arte astratta, si sperimentano nuovi materiali e nuove tecnologie.
Si ama e si punta fortemente sul colore vivace che purtroppo non traspare nelle immagini in bianco e nero oggi disponibili.
Molte aziende italiane decollano verso il successo.

Le sedie e le poltrone danesi in mostra alla Triennale prodotte in legno e compensato, legno e paglia, legno e cuoio, ben costruite, pieghevoli o impilabili, sono accolte come una lezione di stile poichè realizzate in serie ma quasi artigianalmente.

La medaglia d’oro viene vinta dalla Chieftain Chair di Finn Juhl (qui sotto in foto, da "Il mobile italiano degli anni '40 e '50" di Irene de Guttry e Maria Paola Maino) sulla quale ho avuto la fortuna di sedermi nel 2016 ad Amsterdam durante la Design Icons.


Ci siamo, stiamo per scriverlo.... siete pronti a leggerlo?...
L'Italia inizia ad importare negli anni '50 mobili che erano stati disegnati e realizzati a partire dagli anni '30 in Svezia, Finlandia e soprattutto Danimarca..
I mobili danesi diventano moda e proprio per questo si comincia ad imitarli.
E' proprio dalle imitazioni che inizia quella che i nostri genitori chiamano stagione del “mobile svedese”.
Gli imitatori non sono né gli architetti designer (che proseguono le loro originali autonome ricerche) né le aziende (che producono mobili da loro disegnati) bensì quei mobilieri che seguono solo la moda quale che sia, come oggi fanno le aziende Masons du Monde e Coin.

Ed è così che le case italiane dal 1950 si popolano o di mobili di importazione danese, quelli che oggi sono gli originali vintage anni 50, o di mobili “in stile svedese” made in Italy, che vennero realizzati in ferro nero e finto teak.

Noi in casa abbiamo la fortuna di avere due mobili danesi: una credenza doppia e questa cassettiera in foto.

Il mobile danese non è (nel 99,9% dei casi) quello dei vostri nonni, non si trova nei mercatini, non ha parti in ferro, più è curvato e più è costoso, e soprattutto (come già detto nel post in cui Lack00 intervista Danishlab) non è necessariamente tutto in legno massello.

Ora speriamo che abbiate qualche informazione in più su come riconoscere un mobile danese originale.

Nel prossimo post parleremo dei designers che hanno creato questa cultura e delle loro monografie.

Intanto buono studio e buona ricerca ;))

#blog_Smørrebrød
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